Il sindaco Tobia aveva raggiunto il punto più commovente del discorso quando il barbiere gli sollevò il naso con due dita.
«Se dite ancora “cittadini carissimi” mentre passo il rasoio, domani vi presentate alla festa con mezzo baffo.»
Tobia attese che la lama si allontanasse, poi riprese:
«Cittadini carissimi, anche quest’anno ho voluto donarvi un Natale indimenticabile.»
«Il conto dell’albero lo paga il Comune», osservò il barbiere.
«È un discorso, Ernesto. Non un rendiconto.»
Fuori, Valdilume si preparava alla vigilia. Nives, davanti al forno, infilava nastri rossi in una ghirlanda mentre suo fratello Berto sosteneva dalla soglia che il fiocco andasse più a sinistra. Cesira passò con il carretto della posta, tirato da due stivali senza gambe; quello destro voleva aggirare la fontana, il sinistro attraversare il mercato, e lei li rimise d’accordo con una pedata data a entrambi. Dalla piazza arrivavano colpi di martello e prove di tromba.
Tobia si sistemò il colletto e andò alla finestra. L’abete era magnifico, alto quasi quanto il campanile, con arance, nastri e piccole luci che si spostavano da un ramo all’altro per trovare riparo dal vento. Ma dal balcone di casa sua, sul lato opposto della piazza, non si sarebbe visto quasi niente: in mezzo c’era il municipio.
«Basterebbero quattro metri», disse.
Ernesto seguì il suo sguardo.
«Per spostare l’albero?»
«Per spostare il municipio.»
A Valdilume gli edifici più vecchi potevano camminare. Succedeva di rado, perché svegliarli era un lavoro delicato e rimetterli a dormire ancora di più. Un’estate avevano trasferito il lavatoio per riparare un argine; per una settimana aveva continuato a girarsi verso il fiume, rovesciando l’acqua sulle lavandaie. Da allora nessuno si avvicinava a una fondazione con una chiave da risveglio senza chiamare Agata.
La muratrice arrivò con il cappello calcato sulle orecchie, una cassetta degli attrezzi e un panino dal quale aveva già preso due morsi. Ascoltò Tobia, guardò l’abete e percorse il fianco del municipio fino al vicolo che scendeva al lago.
«Si può fare dopo le feste. Lo svuotiamo, prepariamo il terreno e chiudiamo la discesa.»
«Mi serve oggi.»
«Oggi ci sono dentro diciassette persone.»
«Sedici. Il vicesindaco è a letto.»
«Allora ci mettiamo meno a farle uscire.»
Tobia le spiegò che la banda stava provando nel salone, il segretario preparava i registri per la cerimonia e il rinfresco era già disposto sui tavoli. Agata finì il boccone prima di rispondergli.
«Sindaco, quando questa casa mette fuori i piedi, qualcuno deve starle davanti e accompagnarla. Prima si tende la corda del percorso, poi si mette una barriera nel vicolo. Se prende la discesa, non la fermate con un discorso.»
Aprì la cassetta, posò sul gradino una grossa chiave di ottone e andò a cercare due operai al magazzino. Tobia rimase a osservare la piccola serratura appena scoperta sotto la targa del municipio. Gli pareva assurdo mobilitare tre persone e una corda per uno spostamento tanto modesto. Aveva diretto una fiera del bestiame sotto la grandine; avrebbe saputo far attraversare quattro metri a una casa.
Infilò la chiave e la girò.
Il municipio emise un rumore simile a un armadio trascinato, scosse la neve dalle grondaie e sollevò un angolo. Dal terreno comparvero quattro piedi di pietra, larghi e piatti. Una finestra del primo piano si aprì.
«Sindaco?» chiamò il segretario.
«Tutto previsto, Ottavio. Una piccola sistemazione.»
Tobia si piazzò davanti all’ingresso, come aveva detto Agata.
«Avanti piano.»
Il municipio avanzò. Tobia indietreggiò, soddisfatto, finché il tallone incontrò la cesta delle ghirlande. Per non sedercisi dentro si scansò di colpo, lasciando libera la strada. L’edificio fece un altro passo, urtò il bordo della fontana e ruotò verso il vicolo.
«Di qua!» gridò Tobia, correndogli accanto. «Il vostro sindaco è di qua!»
Dal salone partì una lunga nota di trombone. Le persiane sbatterono e il municipio imboccò la discesa con l’andatura esitante di un uomo che porta un vassoio troppo pieno. Tobia cercò di sorpassarlo, ma un piede di pietra gli sbarrò il passaggio; dovette ripararsi nel portone della farmacia.
Quando Agata tornò, il municipio aveva raggiunto il lago. Scese gli ultimi gradini dell’approdo e si fermò sul ghiaccio, una ventina di metri oltre la riva, con le finestre rivolte verso il paese. Dal comignolo usciva ancora il fumo della stufa.
Agata guardò la piazza vuota, poi la chiave che Tobia teneva in mano.
«Erano quattro metri», disse lui.
Lei gli tolse la chiave dalle dita e corse al magazzino.
La notizia arrivò al forno prima del sindaco. In pochi minuti sull’approdo si raccolse mezza Valdilume, ma Agata fece arretrare tutti dietro le bitte. Lungo la riva il ghiaccio teneva; più al largo, sotto il peso del municipio, correva già una sottile crepa scura.
Ottavio si affacciò.
«Devo segnare questo spostamento sul registro?»
«Fate uscire tutti dal lato dell’approdo», rispose Agata. «Uno alla volta, e lasciate dentro la roba.»
Distese sul ghiaccio due lunghe assi, legò una corda alla ringhiera e raggiunse l’ingresso. Tornò per primo il maestro della banda, stringendo la bacchetta come se dirigesse i propri piedi; dietro di lui vennero i musicisti, il messo e due donne che avevano preparato il rinfresco. Il suonatore di grancassa provò a infilarsi sul passaggio con lo strumento davanti alla pancia.
«Ho detto di lasciare la roba.»
«Con l’umidità si rovina.»
Agata gli indicò la crepa. Il musicista posò la grancassa e attraversò senza altre obiezioni.
Ottavio fu l’ultimo. Portava un piatto sotto la giacca.
«Le frittelle erano già fredde», spiegò, offrendolo ad Agata.
La muratrice ne prese una mentre studiava l’edificio. Aveva ripiegato le zampe sotto di sé; per il momento, almeno, stava fermo. Chiese due corde lunghe, altre assi e tutte le stuoie disponibili nelle botteghe.
«Possiamo tirarlo con i cavalli?» domandò Tobia.
«E strappargli la facciata? Deve tornare con i suoi piedi.»
«Allora chiamatelo.»
«L’avete svegliato voi. Adesso segue voi.»
Tobia guardò la distanza fino al portone. Agata gli mise una corda fra le mani.
«Vi lego alla vita. Io resto al vostro fianco, gli altri tengono la corda da terra. Arriviamo davanti all’ingresso, lo fate alzare e torniamo lentamente. Senza sparire dalla sua vista, questa volta.»
La crepa avanzò con un piccolo schiocco. Tobia fece un passo indietro.
«Forse è meglio aspettare che faccia più freddo.»
«Lì sotto passa la corrente. Se aspettiamo, perdiamo la casa.»
Intorno a loro nessuno parlava più. Dalla porta socchiusa del municipio rotolò un’arancia, che percorse il ghiaccio fino a fermarsi contro un’asse. Tobia si chinò a raccoglierla e rimase un momento con il frutto in mano.
«Lo volevo spostare per vedere l’albero dal mio balcone», disse.
Ottavio abbassò il piatto.
«Non per allargare la piazza?»
«No. E Agata mi aveva detto di aspettare.»
Il sindaco porse l’arancia al segretario e si tolse il cappotto buono. Sotto portava il panciotto rosso scelto per la cerimonia.
«Fatemi il nodo. Ma controllatelo due volte.»
«Tre», disse Agata.
Il percorso venne coperto di stuoie per dare presa ai piedi del municipio. Berto e il fabbro tennero la corda; Nives allontanò dall’approdo quelli che volevano avvicinarsi per vedere meglio. Tobia provò a suggerire dove sistemare la prima asse, poi incontrò lo sguardo di Agata e si chinò a portarla dove lei aveva indicato.
Procedettero affiancati. A ogni passo il sindaco sentiva scricchiolare qualcosa e non riusciva a capire se fosse il lago o il proprio stomaco. Vicino all’edificio faceva stranamente caldo: dalle finestre arrivavano l’odore della stufa e quello delle cipolle delle focacce.
«Adesso chiamatelo», disse Agata.
Tobia si schiarì la voce.
«Caro municipio, a nome della cittadinanza—»
«Come prima. Due parole bastano.»
Lui posò una mano sullo stipite.
«Avanti piano.»
La casa sollevò il tetto, poi distese una zampa. Il ghiaccio gemette. Tobia sentì Agata stringergli il braccio, ma lei aveva gli occhi sul piede di pietra.
«Aspettate che trovi la stuoia. Ecco. Ora indietro.»
Fecero un passo, poi un altro. Il municipio li seguì, scuotendo dalla facciata piccoli ghiaccioli. Quando furono a metà del percorso, la zampa posteriore destra sfondò la crosta fino alla caviglia. La casa si inclinò; all’interno, la grancassa attraversò il salone con un rimbombo che fece gridare il suo proprietario dalla riva.
Tobia si voltò verso l’approdo. La corda era tesa, la strada libera. Agata gli serrò il braccio.
«Se correte, vi viene dietro.»
Lui tornò a guardare il portone. Aveva le ginocchia che tremavano tanto da far urtare le fibbie degli stivali.
«Ditemi cosa devo fare.»
«Un passo alla vostra sinistra. Piccolo.»
Tobia obbedì. La casa spostò il peso sulla zampa anteriore e liberò quella affondata con un risucchio d’acqua nera. Agata aspettò che si raddrizzasse, poi ripresero ad arretrare. Il sindaco non suggerì più niente, neppure quando gli parve che la muratrice li stesse conducendo troppo vicini al margine delle stuoie.
Raggiunsero i gradini dell’approdo mentre la campana suonava mezzogiorno. Il municipio si issò a riva e si scrollò. Una doccia gelida investì Tobia dalla testa agli stivali; Agata, che si era spostata per controllare la zampa bagnata, ricevette soltanto qualche schizzo.
Dalla folla partì una risata, subito trattenuta. Tobia si staccò un pezzo di ghiaccio dal baffo.
«Almeno dal lago l’albero si vedeva benissimo.»
Questa volta risero tutti, anche Agata, ma lei indicò subito il vicolo.
«Non abbiamo finito.»
Ci vollero due ore per riportare il municipio al suo posto. Tobia lo accompagnò lungo la salita e attraverso la piazza, con un cappotto del fabbro sulle spalle e i pantaloni che gli si asciugavano addosso. Quando le quattro zampe furono rientrate nelle fondamenta, Agata girò la chiave, controllò i muri e si sedette sul gradino.
Il sindaco rimase in piedi accanto a lei.
«Quanto costerà?»
«Domani controllo tutto. Ci sono il selciato, la fontana e almeno una tubatura.»
«Mandate il conto a me.»
Agata alzò gli occhi.
«Non alla segreteria. A casa mia», precisò lui.
La festa cominciò con un po’ di ritardo. Le focacce erano ammaccate e Ottavio aveva dovuto raccogliere le arance da sotto gli armadi, ma Berto portò teglie calde e la banda sistemò le sedie intorno all’abete. La grancassa aveva preso un brutto colpo; il suo proprietario sosteneva che adesso suonasse meglio, purché la si colpisse dalla parte giusta.
Tobia salì sul piccolo palco con i fogli del discorso. Guardò la prima riga, poi li ripiegò.
«Oggi ho fatto una sciocchezza e l’avete rimessa a posto voi. Agata per prima. Vi ringrazio, e vi auguro buon Natale.»
Ernesto, in fondo alla piazza, si tolse il cappello.
«Se sapevo che bastava il lago, vi facevo la barba all’approdo.»
Più tardi Tobia raggiunse Agata, che mangiava una focaccia seduta vicino al braciere. Le portò un bicchiere di vino caldo e si accomodò sullo sgabello accanto.
Da lì vedeva l’albero intero, comprese le luci più basse, che si erano radunate dalla parte del forno.
Ottavio arrivò con il registro aperto.
«Per le riparazioni di domattina, sindaco, a che ora vi segno?»
Tobia guardò Agata.
«A che ora si comincia?»
«Alle sette.»
Il sindaco sospirò, poi indicò il registro.
«Alle sette, Ottavio. E scrivete che porto la colazione.»
I protagonisti di Valdilume
Volti, creature e oggetti magici che danno vita alle storie del paese.
Tobia
Ama i grandi discorsi e le soluzioni rapide. A volte deve imparare che ascoltare chi ne sa di più è la prima responsabilità di chi decide.
Agata
Conosce il carattere delle case antiche e le regole per risvegliarle. Parla poco, osserva molto e non confonde mai la fretta con la competenza.
Ernesto
Dalla sua bottega in piazza osserva Valdilume con ironia. Sa che un rendiconto, al momento giusto, può essere più tagliente del suo rasoio.