Ernesto aveva appena alzato l’archetto quando il fabbro batté sui piatti con tanta forza che dalla mensola cadde un pennello da barba.
«Quello era il segnale per cominciare», spiegò il barbiere, raccogliendolo.
«Io ho cominciato.»
«Sì, ma dobbiamo sentirlo anche noi.»
Nives rise dentro il flauto e ne uscì un fischio. Olmo, seduto sulla poltrona dei clienti con un tamburo fra le ginocchia, cercò di imitarlo e si prese una bacchettata sul proprio stivale. Il fabbro osservò i due piccoli piatti d’ottone che aveva costruito per l’occasione.
«Posso farli più piccoli.»
«Per ora proviamo a suonarli da più lontano», disse Ernesto. «Lontano l’uno dall’altro.»
Fra Natale e Capodanno, quando il forno chiudeva e in bottega non rimanevano barbe da fare, i tre venivano a imparare. Nives aveva ritrovato un vecchio flauto in un cassetto; Olmo voleva entrare nella banda e aveva ottenuto un tamburo in prestito. Il fabbro era passato per riparare la stufa, aveva ascoltato una prova e il giorno dopo si era presentato con i piatti sotto il braccio. Ernesto suonava il violino da anni, soprattutto la sera, ma non gli era mai capitato di avere allievi. Gli piaceva tanto che lasciava raffreddare la cena.
Quella sera fece posare gli strumenti e batté piano il piede sul pavimento. Li invitò a seguirlo, prima con le mani, poi contando. Quando ripresero, si mise accanto a Nives e rallentò nel punto in cui lei doveva spostare tutte le dita. Olmo aspettò il suo respiro prima di battere; il fabbro lasciò passare il momento giusto, ma recuperò alla fine con un colpo così prudente che Ernesto dovette avvicinare l’orecchio.
Riuscirono ad arrivare insieme all’ultima nota. Nives tolse il flauto dalle labbra e sorrise agli altri, sorpresa di aver riconosciuto la canzone dall’inizio alla fine.
«Questo lo possiamo rifare», disse.
Il fabbro sollevò subito i piatti.
«Domani», precisò Ernesto. «Adesso li mettiamo a letto.»
Fu allora che Olmo tirò fuori il foglio per la festa dell’ultimo giorno dell’anno. Prima della banda c’era uno spazio per chi voleva suonare sotto l’abete della piazza. Bastava iscriversi e presentarsi alle cinque.
«Due pezzi», propose. «Quello di oggi e la danza che sapete voi.»
Nives guardò Ernesto. Nella danza il violino teneva insieme le parti; lei sapeva appena l’inizio.
«Se ci siete anche voi.»
«Ci sono. Proviamo tutte le sere e quel giorno chiudo prima.»
Olmo gli porse il foglio e il barbiere scrisse i quattro nomi, appoggiandosi al banco dei rasoi.
La mattina successiva arrivò un invito su carta color crema. Il proprietario di una villa oltre il paese cercava un violinista per accogliere gli ospiti alla festa dell’ultimo dell’anno. Gli offrivano un compenso, la cena e un posto in carrozza; fra gli invitati c’erano anche due musicisti che si esibivano nei teatri.
La carrozza sarebbe passata alle quattro. Ernesto guardò il foglio della piazza, infilato nell’angolo dello specchio. Prese carta e penna per domandare se potesse arrivare più tardi, ma prima di scrivere tornò a leggere i nomi dei due musicisti. Se avesse perso l’accoglienza, avrebbero affidato il posto a qualcun altro. In piazza, invece, si trattava di due canzoncine fra persone che si conoscevano tutte.
Posò la penna. Quella sera avrebbe spiegato agli allievi come cavarsela.
Per prepararsi all’invito tirò fuori dalla custodia i pezzi che non suonava da mesi. Alla prova arrivò con mezz’ora di ritardo, pur essendo già in bottega: si era chiuso nel retro e non aveva sentito bussare. Fece ripetere la danza due volte, correggendo Nives mentre guardava il proprio spartito, poi annunciò che doveva interrompere.
«Domani recuperiamo», disse Olmo.
«Domani ho parecchio da fare. Ma vi lascio un aiuto.»
Da sopra l’armadio scese un leggio di noce con due ali ripiegabili e una piccola mano d’ottone sul bordo. Ernesto lo spolverò col panno dei rasoi. Girò la mano verso l’alto, aprì le ali e le giunture si distesero con uno scricchiolio.
«Conserva una lezione», spiegò. «Quello che suoniamo e quello che diciamo. Poi lo ripete uguale, tenendo il tempo. Per fermarlo basta chiuderlo.»
Abbassò un dito della manina e il leggio si protese verso di loro. Provarono la prima canzone. Ernesto contò, suonò il suo accompagnamento e diede le indicazioni nei punti più difficili. Quando il fabbro si trattenne troppo, gli gridò di farsi sentire; quando Nives superò il passaggio delle dita, si complimentò. A metà, un cliente entrò per chiedere se potesse farsi accorciare i baffi.
«Domattina! E chiudete, che viene dentro il freddo.»
Il cliente uscì e loro finirono il pezzo.
Ernesto rialzò il dito d’ottone, richiuse il leggio e lo riaprì. La mano cominciò a battere sul bordo; dal legno uscì la sua voce, seguita dal suono del violino.
«Uno, due. Piano col tamburo.»
Olmo si chinò sotto il ripiano per vedere da dove venisse.
«Se vi mettete lì sotto», osservò Nives, «vi fate dirigere la nuca.»
Ernesto ripose il violino nella custodia e spiegò dell’invito. Disse che il giorno della festa non avrebbe potuto accompagnarli, ma che con il leggio avevano tutto il necessario per la prima canzone. La danza potevano lasciarla per un’altra occasione.
«Avevate detto che suonavamo insieme», ricordò Nives.
«E suonerete con me. Mi avete appena sentito.»
«Quello non può aspettarci se perdiamo il tempo.»
«Vedrete che dopo tre o quattro prove non lo perderete più.»
Il fabbro stava già rimettendo i piatti nella stoffa. Ernesto gli fermò una mano, pregandolo di restare. La bottega era a loro disposizione, potevano venire quanto volevano e lui, appena possibile, avrebbe dato un’occhiata. Lasciò la chiave a Nives e andò nel retro col proprio spartito. Poco dopo, dalla porta chiusa, cominciarono ad arrivare scale di violino.
Alla prova seguente il leggio fu puntualissimo. Nives lo aprì e quello contò senza neppure aspettare che Olmo si fosse seduto. Dovettero richiuderlo, sistemarsi e ricominciare. Per un poco riuscirono a seguirlo; poi Nives inciampò nel solito cambio di dita. Il violino proseguì e Olmo, per raggiungerlo, assestò tre colpi di tamburo tutti insieme.
«Benissimo, Nives!» disse il leggio.
«Sono contenta che almeno a voi piaccia.»
Il fabbro cercò di ritrovare il punto e urtò i piatti sopra la testa di Olmo. In quel momento la mano d’ottone si alzò e la voce di Ernesto gridò:
«Più forte! Non vi sentiamo!»
Il secondo colpo fece vibrare lo specchio. Nives smise di suonare per tapparsi un orecchio; Olmo, convinto di essere rimasto indietro, accelerò ancora. Dal leggio arrivò il violino, tranquillo e preciso, mentre gli altri tre correvano ciascuno per conto proprio.
La porta si aprì e comparve Berto con una teglia coperta da un panno.
«Vi ho portato qualcosa da—»
«Domattina!» lo interruppe il leggio. «E chiudete, che viene dentro il freddo.»
Berto rimase sulla soglia.
«Sono focaccine calde.»
Nives piegò le ali di noce e il violino si interruppe a metà di una nota.
«Entrate. Lui ha già cenato.»
Mangiarono seduti intorno alla stufa. Olmo propose di tenere il leggio chiuso e provare senza. Nives disse che serviva qualcuno capace di dare il tempo senza cambiare velocità ogni volta che si agitava.
Il fabbro allungò una mano verso il tamburo.
«Con il martello me la cavo.»
«Questo è in prestito», lo avvertì Olmo.
Si scambiarono gli strumenti. Il fabbro trovò un battito regolare, leggero; Olmo prese i piatti e scoprì che aspettare il proprio momento era più difficile che suonare continuamente. Per ricordarsi quando entrare, Nives gli fece un segno sul foglio. Provarono una frase alla volta, interrompendosi ogni volta che qualcuno perdeva il filo. Quando Berto tornò a prendere la teglia, avevano dimenticato tre focaccine.
Il pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno Ernesto si sistemava il colletto davanti allo specchio. Sul banco erano pronti il violino, i guanti e gli spartiti per la villa; il cappotto buono pendeva da una sedia.
Nives entrò portando il leggio chiuso. Lo appoggiò accanto alla custodia.
«Vi restituisco questo e la chiave. Oggi proviamo dal fabbro.»
«Ha dato problemi?»
«Fa quello che avete detto. Non cambia mai.»
Ernesto sorrise, sollevato.
«Allora avete imparato.»
«Abbiamo imparato a chiuderlo.»
Da sotto il braccio le scivolò il foglio della musica. Ernesto lo raccolse. La danza era stata cancellata; sulla canzone c’erano frecce, segni a matita e, sotto il punto in cui avrebbe dovuto entrare il violino, otto piccole croci.
«Queste cosa sono?»
«I colpi del tamburo. Il fabbro tiene il tempo finché riprendo fiato.»
«Lì posso togliervi due battute. Diventa più facile.»
«Abbiamo provato così. Adesso, a un’ora dalla festa, lasciateci almeno quello che sappiamo fare.»
Ernesto le restituì il foglio, ma rimase con la mano sul bordo.
«Potevate venire a chiamarmi.»
«Siamo venuti. La prima sera avete detto domani. La seconda ci avete lasciato questo.»
Indicò il leggio e si riprese la musica.
«Io chiudo i conti dopo cena per venire alle prove. Il fabbro ha spostato due lavori. Anche noi abbiamo altro da fare, Ernesto.»
Lui guardò la custodia pronta sul banco. Aveva passato il mattino a scegliere tre pezzi che mettessero in mostra il suono del suo violino; non sapeva nemmeno che il fabbro avesse imparato a suonare il tamburo.
«Avete ragione. Vi avevo promesso di esserci.»
Nives si avvolse la sciarpa.
«Alle cinque suoniamo. Se venite ad ascoltarci, ci fa piacere.»
Dopo che fu uscita, Ernesto aprì il leggio. Voleva sentire quanto fosse veloce quella lezione. La mano d’ottone batté due volte e la sua voce ordinò a Olmo di andare piano, mentre il violino partiva senza aspettare nessuno. Lo richiuse, prese la lettera color crema e andò alla posta.
Alla posta Ernesto chiese a Cesira se poteva far arrivare un messaggio alla villa prima della festa.
«La carrozza passa qui a ritirare un pacco fra poco. Se scrivete adesso, sì.»
Gli fece posto sul banco. Ernesto spiegò nel biglietto di aver accettato l’invito nonostante un impegno precedente e se ne scusò. Avrebbe potuto raggiungerli più tardi, ma non in tempo per accogliere gli ospiti. Rilesse il foglio senza trovare un modo più gradevole di dirlo, poi lo piegò.
Il cocchiere arrivò mentre Cesira legava il pacco. Sentito il cambiamento, scosse la testa: serviva un musicista all’arrivo degli invitati e, sapendolo prima, il padrone avrebbe potuto cercarne un altro.
«Avete ragione», disse Ernesto. «Ho avvertito tardi. Portategli anche le mie scuse.»
L’uomo prese il biglietto. Ernesto tornò alla bottega, lasciò sul banco gli spartiti della villa e uscì con il violino.
Dal fabbro si sentiva il tamburo già in strada. Aspettò che la canzone finisse, poi bussò allo stipite. Olmo aveva un piatto per mano e il fabbro sedeva su uno sgabello, tenendo le bacchette fra dita grandi il doppio di quelle del ragazzo.
«Posso provare con voi?» chiese Ernesto.
Nives abbassò il flauto.
«E la villa?»
«Ho avvertito che non arrivo per l’accoglienza. Mi dispiace avervi lasciati soli. Se mi volete ancora, resto qui.»
Il fabbro gli fece spazio col piede, ma Nives trattenne il foglio sul banco.
«La danza non la rimettiamo. E non cambiamo tutto perché siete arrivato.»
«Va bene. Fatemi sentire dove siete.»
Ernesto ascoltò il pezzo intero. Una volta mosse l’archetto per correggere un’entrata, poi lo abbassò: Olmo aveva già recuperato seguendo il tamburo. Quando arrivarono alle otto croci, il fabbro contò piano e Nives prese fiato senza perdere il punto. Il finale fu un po’ incerto, ma finirono insieme.
«Posso accompagnarvi sotto», propose Ernesto. «Piano, senza coprire il flauto.»
«E senza correre», aggiunse Olmo.
Provarono ancora. Questa volta Ernesto guardò Nives prima di attaccare e adattò il violino al passo del tamburo. Nel punto difficile lei si fermò; lui le chiese di rifarlo da sola con lui, lentamente, mentre gli altri ascoltavano. Dopo tre tentativi le dita trovarono la posizione. Ripresero tutti insieme e il fabbro, soddisfatto, batté troppo forte.
«Mi sono scappati i piatti», disse, guardando il tamburo.
Alle cinque sistemarono quattro sedie vicino all’abete. La fontana era ancora transennata per le riparazioni e Berto appoggiò un cesto di focaccine su una tavola, lontano dagli attrezzi. Fra i rami, le piccole luci si spostavano al riparo dal vento. Nives scaldava le dita sotto le ascelle; Olmo teneva i piatti separati, per non annunciare il concerto prima del tempo.
Ernesto mise la propria sedia un poco indietro. Aveva ancora il cappotto buono, ma si era dimenticato di togliere la spazzola dalla tasca e dovette alzarsi per posarla a terra. Olmo rise; poi vide quanta gente si stava fermando e tornò serio.
«Se sbaglio l’ultimo colpo?» domandò.
«Ci ascoltiamo e finiamo insieme», rispose Ernesto.
Il fabbro diede il tempo. Per le prime battute Nives guardò soltanto il foglio; quando arrivò al cambio di dita, sollevò gli occhi verso il violino. Ernesto la seguiva. Superò il passaggio e continuò con un suono più pieno, mentre dalla parte del forno qualcuno cominciava a canticchiare.
Olmo mancò il proprio colpo. Avvicinò i piatti per recuperarlo, si accorse che avrebbe coperto il flauto e aspettò l’entrata successiva. Il fabbro gli fece un cenno senza smettere di battere. Quando arrivò il finale, il ragazzo guardò Nives, poi l’archetto di Ernesto, e chiuse i piatti insieme all’ultima nota. Questa volta cadde soltanto un po’ di neve da un ramo.
Berto applaudì con il cesto sotto il braccio. Cesira, arrivata durante il pezzo, tentò di battere le mani coi guanti e finì per fischiare così forte che Olmo si voltò a guardarla.
«Questo me lo insegnate», le disse, appena sceso dalla sedia.
«Dopo che mi avete riportato il carretto alla posta.»
Mentre la banda prendeva posto, Ernesto aiutò il fabbro a riporre il tamburo. Nives gli porse il foglio con la danza cancellata.
«Questa la teniamo. Però ci vuole ancora parecchio lavoro.»
«Dopodomani, alla solita ora?»
Lei annuì e infilò il flauto nella custodia.
La prova successiva Ernesto aveva acceso la stufa e sistemato le sedie prima che arrivassero. Sul leggio di noce aveva appoggiato lo spartito nuovo, lasciando alzato il dito d’ottone. Il fabbro entrò per primo, vide il barbiere spostare uno sgabello e si tolse il cappello.
«Finalmente gli avete trovato un aiutante.»
Ernesto gli porse le bacchette.
«Questo almeno sa quando fermarsi.»
Aprì le ali per sistemare meglio il foglio e dal legno uscì subito la sua voce:
«Uno, due. Piano col tamburo.»
Il fabbro gli mostrò le mani ancora ferme. Ernesto richiuse il leggio, prese due mollette per fissare lo spartito al bordo dello specchio e aspettò che arrivassero gli altri.
I protagonisti di Valdilume
Volti, creature e oggetti magici che danno vita alle storie del paese.
Ernesto
Fra rasoi e spartiti trova il tempo di insegnare musica. Quando arriva un invito prestigioso, la promessa fatta ai suoi allievi diventa più difficile da mantenere.
Nives
Dopo i conti del forno si dedica alla musica. Tiene al tempo e al lavoro di tutti, anche quando si tratta di preparare una semplice canzone per la piazza.
Il leggio
Di noce, con ali ripiegabili e una piccola mano d’ottone, conserva una lezione e la ripete senza cambiarla. Sa tenere il tempo; ascoltare gli allievi è un’altra faccenda.