Lo stivale destro voleva passare dalla piazza perché c’era la musica; il sinistro sosteneva che dal vicolo si risparmiassero quarantatré passi. Cesira li lasciò discutere mentre caricava l’ultimo sacco della posta, poi tirò il freno del carretto.
«Finché non avete deciso, state qui.»
Gli stivali fecero un tentativo ciascuno nella propria direzione. Il carretto sobbalzò e rimase dov’era.
«Il freno è una gran bella invenzione», disse Cesira al nipote.
Olmo non rispose. Dalla finestra dell’ufficio postale vedeva due amici che attraversavano la strada con una slitta. Uno sollevò una mano e indicò la salita dietro le ultime case. Olmo mostrò le dita aperte: cinque minuti. L’amico scosse la testa e gli mostrò entrambe le mani, due volte. Era già la terza promessa di quel pomeriggio.
A Valdilume il giorno di Natale si facevano auguri in molti modi. C’era chi bussava con una bottiglia, chi gridava da una finestra e chi affidava alla posta una lettera con il sigillo parlante. Bastava dettare il messaggio sulla cera ancora morbida: quella conservava la voce, comprese le tossi, le risate e gli eventuali suggerimenti di chi stava accanto. Cesira consigliava sempre di chiudere la porta prima di registrare. Il macellaio non le dava retta, e sua moglie riceveva ogni anno parole affettuose interrotte dal prezzo delle salsicce.
Sotto ogni lettera, sul banco, c’era un cartellino con il nome e l’indirizzo del destinatario. Cesira li aveva preparati per l’ultima partenza. A Olmo spettava confrontarli con i nomi scritti sui fogli ripiegati e legarli con un filo, lasciando scoperto il sigillo.
«Controlla anche l’indirizzo», gli ricordò la zia, infilando una coperta sul sedile del carretto. «Ci sono due famiglie con lo stesso cognome.»
«Lo so.»
«Quando hai finito, portami tutto. Li svegliamo insieme.»
Olmo aveva accettato di aiutarla per il pomeriggio. Gli era piaciuto sedere a cassetta e sentire gli stivali salutare la gente, ma ormai aveva le dita indolenzite dai nodi e gli sembrava che quelle lettere dicessero tutte la stessa cosa. Buon Natale, tanta felicità, un abbraccio: possibile che servisse tanto lavoro per parole che chiunque poteva immaginare da solo?
Tolse dal banco le lettere per cercare il rocchetto del filo, le raccolse in una pila e cominciò a legarle ai cartellini rimasti in fila. Dopo il primo nodo ebbe un dubbio sull’ordine. Sollevò un lembo, vide una grafia minuta e fitta e lo lasciò ricadere. Avrebbe dovuto sciogliere il filo. Dalla strada arrivò un fischio.
«Vengo!» gridò, poi abbassò la voce. «Appena finisco.»
Continuò a legare. I cartellini erano nove, le lettere anche; quando sul banco non rimase più niente, portò il mazzo a Cesira.
«Controllato tutto?»
«Tutto.»
La zia prese la prima lettera, lesse il cartellino e posò il pollice sul sigillo. La cera si gonfiò, mise fuori un naso e si sollevò in un omino alto quanto un cucchiaio, con la lettera arrotolata sotto il braccio. Portava un cappello a tre punte e aveva l’espressione importante di chi sta per annunciare un matrimonio reale.
«Ernesto, barbiere, bottega in piazza», pronunciò Cesira.
L’ambasciatore si inchinò, scese lungo la ruota e partì a piccoli passi rapidi. La zia ne svegliò altri due, poi porse le lettere rimaste a Olmo.
«Questi li fai partire tu. Io vado a prendere il pacco del droghiere. Poi mettiamo via il carretto e sei libero.»
Olmo conosceva il procedimento e lo eseguì con grande cura. Scaldò ogni sigillo, lesse nomi e indirizzi senza mangiarsi una sillaba e guardò gli ambasciatori allontanarsi. Uno aggirò una pozzanghera sollevando le falde del cappotto. Un altro scivolò sulla neve e si rialzò fingendo di essersi fermato a osservare il campanile.
Il ragazzo stava già riponendo il rocchetto quando sentì la voce del macellaio uscire dalla bottega di Ernesto.
«Da quando ci sei tu, la mia vita è tutta un’altra cosa.»
Olmo si affacciò. Il barbiere aveva l’ambasciatore sul banco, fra il pennello e la bacinella, e ascoltava con un sorriso perplesso.
«Aspetto la sera soltanto per tornare fra le tue braccia.»
Ernesto si guardò nello specchio e si ravviò il ciuffo con due dita.
«Non mi pareva di avergli fatto una barba così speciale.»
La voce proseguì, sonora:
«E mettine da parte due libbre per domani! No, non tu, cara. Dicevo al garzone.»
Olmo entrò di corsa, afferrò la lettera e sollevò l’omino dal banco.
«Questo non è per voi.»
«Lo sospettavo, ma volevo sentire come andava a finire.»
Appena fuori, Olmo posò l’ambasciatore in direzione della macelleria. Quello girò sui tacchi e rientrò dal barbiere. Il ragazzo lo riprese, percorse dieci passi e lo mise su un muretto. L’omino si lisciò il cappotto, scese dal muretto e tornò da Ernesto.
Non aveva sbagliato strada. Cesira gli aveva assegnato proprio il barbiere.
Olmo lo raggiunse sulla soglia e lo infilò nella tasca del cappotto insieme alla lettera. Dall’interno arrivò un rimprovero nella voce del macellaio.
«E soprattutto, amore mio, ricordati che—»
Il ragazzo premette una mano sulla tasca.
«Aspetta un momento.»
Dalla piazza arrivò una voce ancora più forte.
«La pentola me la riporti entro stasera, senza le solite scuse.»
Tobia era fermo accanto all’abete. Sul bordo della fontana transennata un secondo ambasciatore lo apostrofava nella voce della moglie di Ernesto, mentre due musicisti fingevano di sistemare lo stesso leggio.
«E non mandarmi il ragazzo a dire che l’hai dimenticata. Buon Natale anche a te.»
Il sindaco guardò Olmo, che gli stava correndo incontro.
«Io quella pentola non l’ho mai vista.»
«È un errore della posta.»
«Questo l’avevo capito. Cerca di farlo capire anche alla signora.»
L’ambasciatore terminò il suo inchino e si accasciò dolcemente sulla lettera, tornando un dischetto di cera grigia. Tobia raccolse il foglio e lo porse al ragazzo.
«E avvisa Ernesto. Sua moglie mi è sembrata decisa.»
Olmo avrebbe voluto nascondere entrambe le lettere nel sacco, rimettere i cartellini al posto giusto e ricominciare. Ma quando tirò fuori l’omino del macellaio, quello aveva già consumato metà del cappello. La cera si esauriva mentre parlava; non bastava scaldarla una seconda volta. E cambiare il cartellino dopo il risveglio non cambiava la persona che gli era stata affidata.
Provò almeno a salvare la dichiarazione. Attraversò la strada tenendo l’ambasciatore davanti a sé e bussò alla macelleria, ma appena si aprì la porta l’omino gridò verso il barbiere:
«Ti sposerei altre cento volte!»
La moglie del macellaio guardò Olmo, poi Ernesto, che li osservava dalla propria vetrina.
«Una gli è bastata», disse, e si prese la lettera.
Quando Olmo tornò al carretto trovò Cesira con un pacco sotto il braccio e un minuscolo gentiluomo di cera sul sedile.
«Passerotto mio», le stava dicendo nella voce della moglie del droghiere, «stasera ti aspetto al caldo.»
Lo stivale destro si piegò verso il sinistro.
«Passerotto.»
«Ho sentito.»
Cesira posò il pacco senza staccare gli occhi dal nipote.
«Olmo.»
«Si sono mescolate.»
«Le lettere?»
«Con i cartellini.»
«E tu le hai controllate?»
L’ambasciatore continuava a parlare di una bottiglia buona e di un posto vicino al fuoco. Olmo si guardò le scarpe.
«No. Credevo che fossero nello stesso ordine.»
«Mi hai detto di sì.»
«Volevo andare via.»
Cesira fece spazio al pacco, poi tese la mano per avere le lettere recuperate.
«Io le ho fatte partire fidandomi di te. Adesso dobbiamo andare da tutte e nove le persone.»
«Non possiamo mettere un altro sigillo?»
«La voce dovrebbe registrarla di nuovo chi ha scritto. E intanto quelli che aspettano continuerebbero ad aspettare.»
Il passerotto della droghiera finì di sciogliersi sul sedile. Cesira raccolse la lettera, la sistemò con le altre e sbloccò il freno.
«Dalla piazza», disse agli stivali.
Il destro fece un passo trionfante, ma lei trattenne le stanghe.
«E senza fermarci dalla banda.»
Percorsero le strade con il registro delle consegne aperto sulla coperta. Per ogni cartellino Cesira indicava una casa; Olmo bussava, chiedeva la lettera e spiegava il proprio errore. Alla farmacia avevano ricevuto gli auguri giusti, e anche Nives non aveva niente da restituire. Le altre sette lettere erano finite nelle mani sbagliate. Ogni volta che ne recuperavano una, Olmo leggeva il nome sul foglio, lo confrontava con il registro e rifaceva il nodo.
Ernesto volle sapere se dovesse aspettarsi altre proposte.
«Per oggi no», rispose Olmo.
«Allora posso andare a prendere la pentola.»
Davanti alla macelleria, invece, il ragazzo trovò il padrone con una lettera ripiegata e una piccola macchia grigia sul grembiule.
«Questa non è mia. Una signora mi ha detto che mi aspetta alle sei, che ha preparato le castagne e che la sedia vicino alla stufa è ancora la mia. Mia moglie vuole sapere quante sedie ho in giro.»
Cesira prese il foglio e guardò il nome.
«È per il fabbro.»
«Allora portategliela. Sua sorella cucina bene.»
Olmo guardò il campanile. Mancava meno di un’ora alle sei. La casa della sorella del fabbro era oltre le ultime botteghe, dalla parte del bosco; lui la conosceva perché d’estate ci andava a raccogliere le more lungo il muro.
«Facciamo in tempo», disse, risalendo sul carretto.
Il fabbro stava abbassando l’imposta quando li vide arrivare. Sul davanzale aveva posato una lettera destinata a Cesira.
«Vi cercavo stamattina», disse alla postina. «Mia sorella ha scritto?»
Olmo scese e gli porse il foglio con entrambe le mani.
«Sì. Ho legato il cartellino sbagliato e l’ho mandata dal macellaio. Mi dispiace.»
Il fabbro aprì la lettera e la lesse senza rispondere. Poi rientrò in bottega e tornò con un involto che teneva su uno scaffale.
«Le ho riparato la serratura del cassettone. Aspettavo di sapere se potevo portargliela stasera.»
«Non sapevate se andare?» chiese Olmo.
«L’ultima volta abbiamo litigato. Io volevo tagliare il suo noce, lei voleva tagliare la mia barba. Nessuno dei due aveva chiesto un consiglio.»
Guardò di nuovo il foglio e sorrise.
«Ha scritto che il noce resta dov’è.»
Olmo gli sistemò l’involto sotto il braccio mentre quello infilava i guanti. Aveva pensato che un augurio valesse l’altro; per quella lettera il fabbro aveva tenuto pronto un regalo tutto il giorno, senza sapere se sarebbe uscito di casa.
«Vi accompagniamo?» propose il ragazzo.
Cesira gli mostrò le due lettere ancora da consegnare.
«Prima finiamo il giro. Lui arriva più in fretta a piedi.»
Il fabbro si incamminò, poi tornò indietro a riprendere l’involto: per infilarsi il secondo guanto l’aveva appoggiato sul carretto. Olmo glielo porse senza ridere.
«Buon Natale.»
«Anche a te. E la prossima lettera, per favore, risparmiale il giro delle botteghe.»
Quando consegnarono l’ultimo foglio, le luci dell’abete erano già accese. Gli amici di Olmo scendevano verso la piazza trascinando la slitta; uno aveva il cappello pieno di neve, l’altro camminava tenendosi una mano sul sedere.
«Abbiamo fatto dodici discese!» gli gridarono. «Vieni a sentire la musica?»
Olmo guardò Cesira. La zia gli porse la lettera indirizzata a lei, perché la tenesse mentre chiudeva il registro. Il ragazzo riconobbe la propria calligrafia sul foglio: l’aveva scritta la sera prima e lasciata sul banco per farle una sorpresa. Nel sigillo aveva registrato che le voleva bene e che era sempre contento di aiutarla. Quelle parole le aveva ascoltate il fabbro.
«Questa te la leggo io», disse.
Cesira si infilò la lettera nella tasca interna del cappotto.
«Volentieri. Quando ci sediamo.»
Il ragazzo salì sul carretto e ripiegò la coperta. Gli amici lo chiamarono ancora, ma lui indicò l’ufficio postale.
«Devo aiutare mia zia a mettere via. Vi raggiungo.»
Cesira sollevò il pacco del droghiere: conteneva candele per l’ufficio ed era più pesante di quanto sembrasse. Olmo glielo prese dalle mani e lo portò dentro, poi tornò per spingere il carretto sotto la tettoia. Gli stivali erano stanchi e pretendevano di essere lasciati vicino alla stufa, lontani l’uno dall’altro.
«Prima il carretto», disse Olmo, mettendosi fra le stanghe.
Il destro puntò la suola contro un ciottolo; il sinistro s’impigliò in un mucchietto di neve. Olmo fece forza e li aiutò a superare il gradino, mentre Cesira teneva aperto il cancello.
«Spinge piano», brontolò il destro.
«Troppo piano», convenne il sinistro.
Cesira guardò il nipote da sopra il battente.
«Sei riuscito a metterli d’accordo.»
Olmo diede un’ultima spinta, parcheggiò il carretto e tirò il freno prima che cambiassero idea.
I protagonisti di Valdilume
Volti, creature e oggetti magici che danno vita alle storie del paese.
Olmo
Ha promesso di aiutare la zia, ma la fretta di raggiungere gli amici gli fa trattare gli auguri come parole intercambiabili. Dovrà rimediare di persona a ogni consegna sbagliata.
Cesira
Conosce ogni strada e sa quanto pesano le parole affidate alla posta. È paziente con il nipote, ma non gli permette di nascondere un errore né di sottrarsi alle conseguenze.
I due stivali
Uno vuole passare dove c’è musica, l’altro preferisce risparmiare quarantatré passi. Non concordano quasi mai sulla strada, ma trascinano la posta di Valdilume con ostinata puntualità.